Intelligenza artificiale utile

di Silvia Guazzoni

Ormai non c’è rivista, quotidiano, telegiornale o social media che non tratti di intelligenza artificiale, alternando toni allarmistici a speranze utopistiche. Strumento demonizzato come il male assoluto per un futuro disumanizzante o definito come la soluzione per un mondo più comodo, se non più giusto.

Ce n’eravamo occupati anche a noi a marzo, con un articolo che illustrava un uso inquietante dell’intelligenza artificiale. Dato che una buona divulgazione scientifica non si limita a una sola prospettiva, a fare da contraltare a questo articolo presentiamo una notizia sull’uso dell’IA dai risvolti confortanti.

Sul numero di maggio di Nature sono stati pubblicati due studi rivoluzionari sui sistemi di intelligenza artificiale usati come veri e propri assistenti nel processo di ricerca in ambito scientifico: Co-Scientist, sviluppato da Google DeepMind, e Robin, creato da FutureHouse, un’organizzazione no-profit. Questi sistemi affiancano i ricercatori supportandoli nell’avanzare ipotesi e accelerando il processo di scoperta scientifica attraverso un approccio che automatizza e ottimizza il flusso di lavoro sperimentale permettendo agli scienziati di concentrarsi sulle decisioni strategiche e interpretative.

Si tratta di sistemi multi-agente ovvero un insieme di diverse intelligenze artificiali specializzate che lavorano in squadra per simulare il lavoro di un team di ricerca. Formulano ipotesi innovative sottoposte a verifica sperimentale, accelerando le tempistiche di scoperta di molecole attive e di individuazione di nuovi candidati farmaci.

Sono strumenti progettati non per sostituire i ricercatori e le ricercatrici ma per collaborare con loro, offrendo come vantaggio la velocità di calcolo e la sintesi. Queste due ricerche aprono nuove prospettive sull’uso dell’IA che non va considerata come un genio della lampada pronto a risolvere tutti i problemi, ma come uno strumento innovativo da utilizzare sotto controllo umano.

A sostenere questa visione è anche l’editoriale pubblicato nel volume 653 del 21 maggio di Nature, che ridefinisce i confini dell’uso dell’IA spiegando come sia sempre fondamentale il contributo umano per l’uso di questa tecnologia.

L’articolo dal titolo esplicativo (Perché l’intelligenza artificiale non può produrre buona scienza senza gli esseri umani) a corollario dei due studi citati in precedenza spiega che i sistemi di IA non hanno lavorato da soli, sono stati gli esseri umani ad avere definito il progetto iniziale, eseguito gli esperimenti, offerto un orientamento e verificato i risultati degli agenti. Il controllo umano è sempre indispensabile per cogliere allucinazioni e interpretazioni errate e accertarsi che i dati raccolti dall’IA siano usati in modo appropriato.

Quindi quale sarà il futuro dell’IA? Una salvezza o una minaccia? Contiene senz’altro luci ed ombre, ma bisognerebbe riuscire a valutare l’effettivo potenziale dell’IA senza nascondere i suoi limiti.

Insomma, basterebbe ricordare che non sono mai gli strumenti sbagliati o cattivi, ma l’uso che se ne fa.

Fonti:

A multi-agent system for automating scientific discovery

https://www.nature.com/articles/s41586-026-10652-y

Accelerating scientific discovery with Co-Scientist

https://www.nature.com/articles/s41586-026-10644-y

Why AI cannot do good science without humans

https://www.nature.com/articles/d41586-026-01551-3

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