Il nucleare è morto? Forse il problema è un altro
di Luciano Celi
«Lasciate riposare in pace i morti». Con questa battuta Stefano Ciafani chiude l’articolo di Legambiente sulla «seduta spiritica» organizzata intorno al nucleare italiano. Il bersaglio è il ritorno dell’atomo nel dibattito energetico nazionale. Ma c’è un problema: i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) non descrivono affatto un morto.
Il nucleare è in effetti una tecnologia in difficoltà, soprattutto se confrontata con la velocità di crescita di solare ed eolico. Ma l’AIE parla oggi di una nuova fase di sviluppo: decine di reattori sono in costruzione e la capacità nucleare mondiale è destinata a crescere. Il punto, allora, non è stabilire se il nucleare sia vivo o morto. È chiedersi quanto rapidamente possa contribuire alla transizione e a quale costo.
Ed è qui che arrivano i numeri. Costruire una centrale nucleare richiede, nella pratica recente, molto più tempo di quanto promettano i progetti sulla carta. L’AIE rileva che nei progetti più recenti negli Stati Uniti e in Europa i tempi sono arrivati mediamente a circa otto anni oltre le previsioni iniziali e i costi a circa 2,5 volte quelli preventivati.
Gli esempi sono eloquenti. L’EPR (European Pressurized Reactor) finlandese di Olkiluoto 3 avrebbe dovuto essere completato in circa cinque anni: ne sono serviti sedici. Flamanville 3, in Francia, è passato da cinque a diciassette anni. Negli Stati Uniti, Vogtle 3 e 4 hanno richiesto circa otto-dieci anni invece dei quattro previsti. E i costi hanno seguito la stessa traiettoria: per Flamanville la stima iniziale è passata da circa 3,2 a 11 mila dollari per kW; per Vogtle da 5.600 a 14.700.
Non significa che ogni centrale nucleare debba necessariamente trasformarsi in un disastro finanziario. Esistono esempi migliori, soprattutto in Asia. Ma significa che tempi e costi di costruzione sono parte integrante della tecnologia, non dettagli amministrativi.
E poi c’è il conto finale, quello di cui si parla molto meno: il decommissioning. Una centrale non smette semplicemente di esistere quando termina la produzione di elettricità. Deve essere smantellata, le strutture contaminate trattate, i materiali classificati e gestiti e, soprattutto, devono essere garantite risorse finanziarie sufficienti anche decenni dopo l’avvio dell’impianto.
La stessa Nuclear Energy Agency dell’OCSE sottolinea quanto sia difficile produrre stime affidabili dei costi di decommissioning e quanto sia necessario aggiornarle sulla base dell’esperienza reale e delle incertezze.
Ecco allora il vero punto della discussione: non se il nucleare sia «morto». È una tecnologia viva, ma lenta, capital intensive e con costi che si distribuiscono lungo un arco temporale molto più lungo della sola vita operativa della centrale.
Per una transizione energetica che deve trasformare rapidamente il sistema, questa non è una questione secondaria. È probabilmente la questione principale.




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