Pesca illegale e futuro dei nostri mari

Domani, 5 giugno, si celebra la seconda Giornata Internazionale per la lotta alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN), proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2017 (https://undocs.org/A/RES/72/72).
Il 5 giugno 2018 è diventato vincolante a livello mondiale il primo trattato internazionale volto a combattere specificamente la pesca illegale, trattato a cui hanno aderito 30 Paesi membri delle Nazioni Unite.

Ad oggi nell’ordinamento italiano, tale attività è sanzionata a livello penale ed amministrativo dal decreto legislativo 4/2012 come modificato dalla legge 154/2016, con arresto, ammenda e sanzioni pecuniarie (amministrative), nonché sanzioni accessorie quali la confisca e la sospensione della licenza di pesca.

Ma di cosa si tratta e perché è importante contrastarla?

Per pesca illegale si intende quella svolta in violazione della normativa vigente, nazionale, europea ed internazionale (sia per quanto riguarda la pesca svolta in modo professionale che per quella sportiva). Più nello specifico, ma senza addentrarsi del dettaglio, costituisce violazione:

  • pescare senza licenza o autorizzazione;
  • pescare organismi di cui è vietata o sospesa la cattura (ad esempio delfini, tartarughe Caretta, storione, cavalluccio marino…);
  • pescare pesci di taglia inferiore a quella minima consentita – con l’obbligo di rilasciarli in mare;
  • pescare con attrezzi o tecniche non conformi o non autorizzati (ad esempio usando reti spadare o pescando a strascico);
  • pescare con l’utilizzo di esplosivi, energia elettrica e sostanze tossiche;
  • pescare in zone e tempi in cui è vietato (durante il fermo pesca, ossia il blocco delle attività di pesca per permettere la riproduzione degli organismi, perlopiù nei mesi estivi);
  • pescare in acque sotto la sovranità di altri Stati (salvo accordi o autorizzazioni) o sottoposte alla competenza di organizzazioni;
  • sottrarre il pescato da attività di pesca altrui;
  • raccogliere, trasbordare, trasportare e commercializzare gli organismi catturati secondo i punti precedenti.

La tutela degli oceani e dei mari è essenziale per garantire il benessere economico, sociale e ambientale sia a livello mondiale che locale. Nel momento attuale la maggior parte delle riserve ittiche sono già sfruttate al massimo o sovrasfruttate da attività del tutto legali (tra sovrapesca, acquacoltura e scarto eccessivo) e la pesca illegale costituisce un’ulteriore punto di criticità in un quadro già di per sé allarmante.
Le sue conseguenze, infatti, si possono individuare nell’aumento dell’impoverimento degli stock ittici (già causato in parte dall’inquinamento e in parte dal prelievo continuo a un ritmo che non consente la riproduzione delle popolazioni acquatiche), nel danneggiamento degli ecosistemi e nella riduzione della biodiversità (provocando il rischio estinzione di alcune specie, come tonno rosso e pesce spada), nella grave concorrenza sleale nei confronti dei pescatori onesti e nell’indebolimento delle comunità costiere, specie nei Paesi in via di sviluppo ove spesso le comunità si reggono sul mercato del pesce e da cui proviene più del 50% delle importazioni.

Secondo i dati ONU e FAO (http://www.fao.org/state-of-fisheries-aquaculture/en/), che non mancano di sottolineare l’insostenibilità della pesca e l’urgenza di misure, le catture sono talmente consistenti da compromettere una pesca sostenibile e una gestione responsabile delle riserve ittiche di tutto il mondo, il che ci permette di parlare di un vero e proprio “saccheggio” delle nostre acque.
Alla luce di ciò, l’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030 richiama la necessità di “conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”.
Il ripristino della legalità nella pesca è quindi indispensabile non solo per il recupero degli ecosistemi marini ma anche per una pesca realmente sostenibile.

Il mare non è res nullius ma un bene comune da cui dipende anche il nostro futuro.

Stefania Pugliesi

Giugno 4, 2019

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