Rumore e sicurezza del lavoro: lo strano caso dei Professori d’orchestra

Molta letteratura e molti passi in avanti a livello culturale e normativo sono stati fatti negli ultimi 30 anni per la tutela della salute dei lavoratori. In Italia, il primo cardine fondamentale è rappresentato dalla famosa legge 626 del 1994 seguita dall’altrettanto importante Decreto Legislativo 81 del 2008, altresì noto come Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro. Tali riferimenti normativi hanno spostato l’attenzione sulla prevenzione delle malattie e degli infortuni e sulla necessità di prediligere la sicurezza in tutte le fasi lavorative per tutto l’arco della vita di un lavoratore.

Azioni quali la progettazione degli spazi e la predisposizione di dispositivi di protezione collettiva ed individuale hanno rappresentato in molti settori una svolta rispetto una delle principali malattie lavoro-correlate: l’ipo-acusia. Tuttavia, tali regole, per quanto necessarie, non possono essere sufficienti in tutti i settori; in questo articolo – facendo una sintesi di quanto emerso in un lavoro scientifico già oggetto di pubblicazione – si descrive pertanto brevemente la valutazione dell’esposizione a rumore in un settore non-convenzionale.

In un ambito in cui la qualità e la bellezza del suono costituiscono il prodotto stesso dell’attività, i lavoratori del settore della musica subiscono anche quella parte indesiderata del suono definibile come rumore (non me ne vogliano i musicisti). In particolare, i professori d’orchestra sono esposti in modo non occasionale a livelli acustici superiori a quelli di sicurezza. Gli effetti sulla salute sono legati alla natura intrinseca dell’attività lavorativa in cui l’intensità stessa del suono costituisce una componente sia essenziale della rappresentazione musicale sia del danno per esposizione di lungo periodo. Ciò rende necessario un approccio “atipico” rispetto ai comparti industriali o del terzo settore in cui l’acustica si presenta solamente come componente di fastidio o danno e peggioramento generale della qualità dell’ambiente di lavoro. Nello specifico, a differenza di altri settori, non si può agire significativamente introducendo limitazioni alla “sorgente del rumore” (la musica) né predisporre tecniche di fono-isolamento, fono-assorbimento e/o dispositivi di protezione individuale che potrebbero alterare la sensibilità artistica dei musicisti, del Direttore e dell’acustica concertistica in generale.

Ciò premesso, occorre agire non solo sulla natura e intensità del rumore ma considerare anche i tempi e modalità di esposizione allo stesso. La norma tecnica italiana considera di misurare il livello equivalente (l’intensità media del rumore in un intervallo di tempo) e di picco (il massimo valore misurato) su almeno tre brani interi rappresentativi delle tipologie musicali proposte. Ne consegue che le valutazioni dovranno necessariamente essere effettuate considerando la settimana ricorrente a massimo rischio. Per il settore della musica essa è definita come la terza peggiore settimana in termini di esposizione a rumore avvenuta nell’anno trascorso nell’ipotesi che l’attività non subirà sostanziali variazioni nell’immediato futuro.

Poiché ogni stagione concertistica presenta una variabilità delle condizioni di esposizione al rumore, è necessario agire preventivamente ovvero con un approccio di natura organizzativa. Ciò può avvenire studiando a priori le caratteristiche dell’esposizione ed effettuando misurazioni fonometriche durante l’esecuzione dei brani. Si potrà così in seguito pervenire ad uno strumento per inserire le indicazioni per la tutela della salute dei lavoratori tra le scelte programmatiche della stagione concertistica alternando concerti (e relative prove settimanali) più rumorosi e meno rumorosi e quindi un minor stress acustico per i musicisti.

Suddividendo l’analisi in due strade, si sono prima identificati ed analizzati i parametri che influenzano la “rumorosità” di un concerto verificando alcune ipotesi iniziali con un monitoraggio annuale su un’importante orchestra italiana; in seguito si è stimata l’esposizione per i singoli strumenti considerando prove e concerto settimanale. Il parametro che si è ipotizzato potesse determinare la massima variabilità nei livelli acustici prodotti dall’orchestra è il repertorio eseguito; dalla letteratura si è osservato come una maggiore intensità acustica corrispondesse generalmente a repertori più recenti, quali romantico e contemporaneo, rispetto ai repertori classico e barocco. All’interno dei periodi stessi si è riscontrata una certa variabilità correlabile al singolo compositore e alla scuola di appartenenza dello stesso: un esempio si riscontra per gli autori definiti tardo romantici quali Shostakovich, vissuti cioè in un periodo storico successivo al romanticismo ma autori di opere appartenenti a quel repertorio. Un altro parametro è la numerosità dell’organico, che incide sia in termini assoluti sia per tipologia di strumenti. Infatti, oltre al numero totale di strumenti dell’orchestra che comporta un incremento nell’intensità della sorgente nel suo complesso, la presenza sul palco di strumenti “storicamente” caratterizzati da forti emissioni (principalmente ottoni e percussioni) può costituire un aggravio nella condizione di esposizione sia per gli stessi Professori sia per i colleghi disposti lungo la direzione di propagazione del suono. Indirettamente la stessa numerosità induce anche una variabilità nella disposizione degli strumenti sul palco: ad una disposizione “standard” basata sugli archi (16 violini primi, 14 violini secondi, 12 viole, 10 violoncelli e 8 contrabbassi) è possibile contrapporre disposizioni meno tradizionali e l’uso di strumenti non sempre impiegati quali pianoforte e l’arpa. Si è considerata inoltre una certa influenza sul livello acustico anche dalle scelte artistiche del Direttore e dalle eventuali specificità dei Professori d’orchestra.

Figura 1. Esempio di scenario di disposizione sul palco durante le prove generali della Sinfonia n.8 op.65 di Shostakovich

Al termine dello studio – con oltre 252 rilevamenti fonometrici su oltre 50 musicisti – si è verificato che parametri quali il repertorio, la dimensione e la disposizione dell’orchestra influenzino significativamente i livelli sonori prodotti dalla stessa. Prendendo i livelli acustici registrati presso il Direttore d’orchestra, posizionato anche per ragioni artistiche nel punto “di fuoco” del suono prodotto dalla stessa, si è osservato come il concerto con i valori minimi in termini di intensità sia stato un concerto con repertorio barocco (livelli storicamente tra i più bassi), organico ridotto (il più contenuto tra i concerti osservati con soli 30 elementi) e disposizione più distribuita sul palco. Viceversa, i valori più alti si sono riscontrati con repertorio romantico o contemporaneo, a pieno organico (fino a 95 orchestrali) e la presenza di numerosi strumenti “storicamente” alti (ottoni e percussioni). Alcune deviazioni rispetto alle ipotesi sono state osservate a seguito di scelte artistiche del Direttore sui brani, variazioni sul numero di musicisti per tipologia di strumento e organizzazione delle prove nel programma concertistico settimanale.

Senza scendere troppo nel merito delle analisi, si è osservata infine una variabilità sia tra i brani costituenti i concerti sia nelle diverse aree del palco. Tra i lavoratori più esposti si sono identificati la tromba e il corno, viceversa violisti e violinisti sono risultati soggetti ad una minor esposizione a rumore. La ricerca ha confermato la necessità di ulteriori piani di miglioramento che considerino un adeguato tempo di riposo e una pianificazione della stagione non basata esclusivamente su scelte artistiche. Si precisa che l’indagine è stata effettuata presso un unico auditorium in modo da minimizzare il fattore di variabilità rappresentato dalle caratteristiche morfo–acustiche delle differenti sale da concerto, come dimostrato da ampia letteratura.

Alcuni riferimenti:

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Autore: Matteo Bo, Phd, Semi di Scienza, ingegnere ambientale.

Settembre 9, 2021

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